Salvataggi pubblici bancari: tanto clamore per una spesa minima che potrebbe anche portare guadagni

In questi giorni c’è una “rivolta” popolare per quanto riguarda il salvataggio pubblico del sistema bancario e di banca MPS in primis.

Se eticamente la questione ha sicuramente dei risvolti discutibili, il mancato salvataggio del sistema bancario causerebbe una recessione economica (dovuta soprattutto alla chiusura delle linee di credito delle banche fallite verso le aziende) e una conseguente spesa pubblica nettamente più elevata rispetto al salvataggio del sistema (anche di 10 volte considerando la leva finanziaria con cui lavora il sistema bancario) per far fronte alla recessione conseguente (vedi crisi sistemica statunitense dopo fallimento lehman).

Detto ciò andiamo ad analizzare la spesa necessaria per questo intervento:

Ogni anno lo stato deve gestire una spesa corrente (cioè una spesa che ricorre costantemente ogni anno) di oltre 800 miliardi e per far fronte a questa spesa senza ricorrere totalmente alla tassazione ha generato nel corso del tempo un debito pubblico che supera i 2200 miliardi.

Partendo da questi numeri e rapportandoli alla spesa necessaria per mettere in sicurezza il sistema bancario che si aggira intorno ai 20 miliardi una tantum (cioè da spendere una sola volta a differenza dei 800 miliardi di spesa corrente che lo stato spende ogni anno), scopriamo che si sta facendo tanto clamore per una spesa minima.

Anche considerando i 20 miliardi non sufficienti per il salvataggio e che alla fine la spesa potrebbe essere più elevata (anche di 50 miliardi), tale importo rapportato ai 800 di spesa corrente rappresenta solo il 6% di spesa da effettuare un solo anno e non in modo ricorrente.

Andando ancora più nel dettaglio questi 50 miliardi non sarebbero reperiti tramite la tassazione ma con nuovo debito e visto che al momento il debito stesso ha costo quasi zero perchè supportato dalla bce non ci sono particolari problemi per i tassi di interesse sul debito stesso.

Questo andrebbe ovviamente ad aumentate il debito in valore assoluto dell’italia che però essendo già a livelli molto elevati passerebbe dai 2200 ai 2250 miliardi circa, cioè un impatto del 2%.

Inoltre questi 50 miliardi non sono spesa pubblica corrente fine a se stessa e reiterata negli anni ma possono essere un “investimento” finanziario che se gestito positivamente può portare un guadagno, infatti il governo diventerebbe azionista di queste società, le quali dopo essere risanate possono essere rivendute sul mercato ad un prezzo maggiore di quello attuale, utilizzando il denaro per chiudere il debito pregresso ed il restante sarebbe un guadagno per lo stato (come fatto dal governo americano con le proprie banche).

La palla quindi è in mano allo stato, sperando che gestisca la situazione come un azionista e non per piazzare uomini politici negli istituti bancari vita natural durante, perchè in questo caso le società risanate non saranno mai rivendute sul mercato e non si potrebbe rientrare della spesa pregressa e chiudere il debito.

In ogni caso il precedente è promettente visto che ad oggi lo stato italiano non ha perso un euro per il sistema bancario a differenza della totalità dei maggiori paesi europei (che hanno speso ognuno a debito oltre 100 miliardi di euro e non sempre rientrati per risanamenti non effettuati correttamente), infatti l’italia con i prestiti precedenti fatti agli istituti bancari in difficoltà, oltre alla restituzione del capitale ha ottenuto anche interessi molto elevati e se questo dovesse proseguire anche con gli attuali salvataggi sarebbe un investimento per il paese e non una perdita come molti esperti finanziari dell’ultima ora vogliono far credere, politica permettendo…

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